Il clochard
"la cathédrale" e la sua musica
E’ arrivato con in mano una busta del Mc Donald’s stracciata, due libri, una birra e nella voce tutta l’indifferenza di cui non si è mai abituato. Sbraitando in francese espressioni per niente carine nei confronti di qualcuno ha ordinato un caffè al banco, ha pagato, si è accorto delle prese ai tavoli e si è accomodato attaccando il suo caricabatteria per ricaricare il suo cellulare. Non mi guardava mentre gli porgevo il resto, continuava a infierire su quel qualcuno che doveva essere davvero una brutta persona. Probabilmente aveva tutti i suoi averi addosso: un pantalone troppo largo, una maglietta invisibile sotto al giubbotto che lo rendeva più grande di quello che realmente era, un cappellino a coprirgli la parziale calvizie, scarpe scure da ginnastica e la barba sale e pepe che adornava una bocca con pochi denti. Puzzava di alcol e aveva gli occhi blu, furbi e tristi. Da solo sfogliava i suoi libri e da come muoveva le labbra sembrava leggerne solo qualche parola, poi prendeva il suo cellulare e subito dopo tornava ad avercela con qualcuno. Poteva essere un clochard qualunque ma non lo era perché quando ha deciso di rivolgermi la parola ho sentito una dolcezza poetica nella sua voce. Non avevo idea di quello che mi stesse dicendo. Sono riuscita a dirgli in francese che non sapevo la sua lingua ma subito dopo, di comune tacito accordo, abbiamo deciso di provare a comunicare come meglio potevamo. Io stavo lì con la scusa di non potermi allontanare dalla cassa perché poco prima l’avevo beccato a mettere occhi in giro e avanzare movimenti accanto all’ingresso del bancone. Ma io quando stavo lì lo vedevo più tranquillo, smetteva di insultare quel qualcuno e mi parlava dolcemente, come un bambino che curioso porge le sue domande e poi aspetta le risposte con gli occhi pieni di speranza e attenzione.
La prima cosa che mi ha chiesto, dopo essersi scusato per aver cercato di aprire una birra che non proveniva dal locale in cui lavoro, è stata se fossi russa o ucraina (è una domanda che mi viene fatta spesso) e al mio “Sono nata qui" mi ha chiesto se i miei fossero di quelle parti. "Loro sono del sud”. “Calabria?” “Si, esatto. Calabria e Sicilia”.
Io non riesco a spiegare con quanta delicatezza mi rivolgeva la parola ma sarei stata ore e ore ad ascoltarlo pur capendo si e no un quarto di quello che diceva. A me le persone non fanno paura ma lui per un secondo è riuscito a provocarmi un po’ di timore: stavo scendendo dal bancone quando l’ho visto bersi un goccio di birra e gli ho detto scherzosamente di averlo visto e che non poteva. Ecco, al mio secondo "non si può" i suoi occhi sono cambiati. Il suo sguardo, nonostante non lo stessi fissando, è diventato cattivo e senza più luce. Poi è tornato a parlare come prima. Mi ha fatto altre domande, mi ha chiesto una sigaretta, mi ha detto anche che Milano gli piace, che è qui da due mesi ma che gli piace tanto la Poretti (anche se stava bevendo di nascosto la Corona).
A mio avviso Milano è bella all’alba e al tramonto, ma non glielo dissi.
Foto di jhosep sequeiros su Unsplash
Avrei voluto chiedergli perché è venuto qui, per quale motivo vive per strada, perché ha deciso di bere il caffè proprio nel posto in cui lavoro nonostante tutti i locali in strada che ci sono, avrei voluto sapere dove dorme e se sentiva il bisogno di farsi una doccia. Glielo avrei chiesto ma non mi avrebbe capito e in un posto come quello nella quale lavoro non avrei comunque potuto intrattenere discorsi con un clochard.
Mi ha fatto ridere essere insultata dolcemente quando non capivo proprio quello che voleva dirmi. Si era spazientito, non riusciva a nasconderlo e borbottando faceva cenno con la mano come di andare.
Quando gli ho chiesto di lasciare il tavolo (perché una coppia era già andata via a causa sua -che poi non è a causa sua ma è colpa della loro ignoranza e della loro mancanza di empatia-) lui ha semplicemente abbassato la testa e staccato il cellulare dalla carica facendomi notare che era già al 44%.
Una stretta al cuore per me.
Perché è così comprensivo nei confronti di un’ingiustizia? Non stava facendo niente di male (a parte bere quella birra di nascosto) ma doveva lasciare il locale. Doveva andare via o avrei rischiato di essere ripresa dai capi dato che ero già risultata “colpevole della sua presenza per il solo fatto di dargli retta”. Che schifo fa il mondo. Ma perché ci si abitua ad essere trattati così? Non è giusto.
Prima di andare via ha voluto farmi ascoltare una canzone su Youtube imprecando per la pubblicità che la anticipava. La canzone in questione era “Caruso” di Lucio Dalla.
Mi ha detto che lui è morto. “Già, purtroppo”. Canzone meravigliosa ma non abbiamo potuto ascoltarla insieme, la sto ascoltando adesso e non so se fosse una dedica ma:
“A domani”
“Domani non ci sono”.
“Ci vediamo” e il suo cenno con la mano come per aggiungere “più avanti”.
E’ stata una carezza e mi basterà.
Aveva tra i 50 e 65 anni. Forse il suo francese in quella voce così melodiosa, vellutata, delicata e il suo sguardo curioso e furbo mi hanno portata a chiedermi come fa un uomo a trovare la forza per ricambiare il sorriso e la gentilezza di un’unica persona mentre tutt’attorno ha solo disprezzo.
Mi domando quando abbiamo smesso di essere umani.
Non lo biasimo per avermi guardato in quel modo. Lui sa di non potersi fidare. Sapeva che potevo diventare un ostacolo per i suoi bisogni. Come tutto il resto del suo mondo.
Ma io ringrazio di essere ancora umana.
Foto di Laura Barbato su Unsplash
Io ho visto questo clochard trattato con lo stesso schifo e indifferenza con cui vengono visti i piccioni malati in Duomo e vi dico, cari signori, che ho raccolto animali di ogni tipo, malati e a mani nude e non ho mai provato il ribrezzo che provo guardando quella che oggi è definita la specie più evoluta del pianeta, la stessa di cui faccio parte.




🩷 Grazie